CLAUDE MONTANA, IL RE DELLE SPALLE IMBOTTITE

Posted on Marzo 21, 2018

Claude Montana è considerato uno degli artefici del Rinascimento del Prèt-a-Porter francese, nato verso la fine degli anni ’70, e uno dei nomi maggiormente influenti nei decenni a seguire, rappresentando un punto di riferimento per designer d’avanguardia come Alexander MCQueen, Riccardo Tisci, Gareth Pugh e Olivier Theyskens.

In un’epoca post punk, in cui forte si avvertiva il bisogno di apparire e di imporsi nell’anonimato della folla, Montana disegna una donna potente, una silhouette scolpita e geometrica, con ampie spalle imbottite dallo stile molto mascolino. Volumi amplificati che si accordano a trucco pesante e capelli gonfi, tailleur e giacche a triangolo rovesciato dai colori decisi che rafforzare l’aspetto di una donna che contende la supremazia all’uomo.

La donna di Montana ha tratti quasi teutonici, marziali ma allo stesso tempo è iperfemminile. Il suo stile s’impone sulla moda del tempo e influenza l’intero stile del periodo, amatissimo anche dalle star dell’epoca. Cher è al suo fianco alla consegna dell’oscar della Moda, e dive come Jeanne Moreau, Charlotte Rampling e Brooke Shields sono le ambasciatrici del suo stile.

Claude Montana nasce a Parigi nel 1949. Suo padre è Catalano e sua madre tedesca, il vero nome di famiglia è Montamat, ma nemmeno gli amici stretti riuscivano a pronunciarlo correttamente, così lo cambia quasi subito. Dopo aver frequentato l’Operà di Parigi e aver completato gli studi di Maturità, a soli diciassette anni, il giovane Claude lascia il nido paterno per lanciarsi alla scoperta della Swinging London. Qui comincia a farsi notare realizzando dei gioielli di cartapesta, interamente ricoperti di strass. Sarà Olivier Echaudemaison, che in quel periodo realizzava le copertine del British Vogue a introdurlo nel giro della moda londinese e poi internazionale.

Forte dei successi ottenuti in terra inglese, dopo pochi anni Claude Montana fa ritorno a Parigi, dove comincia a collaborare con John Voigt, designer danese della casa di pelletterie Mac Douglas. Qui Montana s’innamora della pelle e delle sue complesse tecniche di lavorazione, arrivando a padroneggiarle e divenendo uno dei designer di maggior tendenza del settore.

Sarà proprio per la sua perizia oltre che per il talento e senso del colore che Mario Valentino, lo stilista napoletano che utilizzava la pelle come un tessuto, lo chiamerà per disegnare le sue linee di calzature e abbigliamento avviando una collaborazione che segnerà il gusto dell’accessorio degli anni ’80.

Lavorando presso Mac Douglas, intanto, Montana perfeziona quella che diverrà la sua sagoma distintiva. In quel periodo divide l’appartamento con un altro giovane promettente stilista: Thierry Mugler, ballerino convertito alla moda. Montana è già da qualche anno una presenza fissa nelle riviste di moda e nel 1979 lancia la sua linea, sebbene sfilasse già dal 1976.

In quegli anni l’egemonia dell’Alta Moda francese scricchiolava e per dare nuovo lustro alle presentazioni parigine sono invitati cinque designer americani: Bill Blass, Stephen Burrows, Halston, Anne Klein e Oscar de la Renta. I designer americani sono visti come internazionali mentre l’establishment della moda francese, che vantava nomi come Pierre Cardin, Hubert de Givenchy, Emanuel Ungaro e Yves Saint Laurent, non più al passo con i tempi e l’aria di edonistica follia che andava affermandosi a suon di Disco Music. Era necessaria nuova linfa a rinvigorire la pianta della creatività francese. I nuovi nomi sono Montana, Mugler, Anne-Marie Beretta, Jean Paul Gaultier e Kenzo Takada. Tuttavia, piuttosto che corroborare l’Haute Couture, le daranno la spallata definitiva lanciando l’età d’oro del Prèt-a-Porter francese.

Montana impone il suo stile aggressivo fatto di colori forti. Oltre che per i volumi ha, infatti, un’attitudine spiccata per la combinazione insolita dei colori, prediligendo tutti i toni del blu, il rosso, i colori metallici e le tinte neutre, espressi in materiali lussuosi come il cachemire e la sete oltre che l’amatissima pelle.

Prima dell’avvento sulla scena parigina di Montana e Mugler gli stilisti erano soliti avere legami stretti con la mondanità e le clienti del Jet Set che assistevano alle sfilate coccolate nei lussuosi saloni d’atelier sulle loro comode sedie dorate. Al contrario la nuova generazione di stilisti non mostra alcun interesse per costoro, le loro sfilate sono per la stampa. Il loro obiettivo era rendere la moda francese sexy, divertente e contemporanea, per fare questo crearono eventi incredibili ogni stagione.

Mugler era molto Hollywoodiano, senza alcun interesse per il comfort, al contrario Montana basava tutto su questo. Le loro presentazioni erano parimenti differenti: sulla passerella di Mugler tutto era estremo ma vivace e spontaneo, le Amazzoni di Montana invece uscivano in gruppo, rigorose e non avrebbero nemmeno messo le mani in tasca per paura di sformarle. Claude Montana era un assoluto perfezionista, l’inizio della sfilata poteva slittare anche di quarantacinque minuti se non era pienamente soddisfatto di cosa stava per presentare. Nessuno obbiettava o si lamentava per questo, ogni stagione la fila per essere accreditati ai suoi ambitissimi eventi era sempre  più lunga, ma ne valeva la pena: ciò cui avrebbero assistito, eccelleva per styling e presentazione. C’era gente che piangeva al termine delle sue sfilate.

Per oltre vent’anni le sfilate di Montana sono state tra i momenti mitici delle settimane della moda francese e le sue collezioni quelle di punta della stagione. Per i compratori americani era un sicuro investimento, le clienti dei grandi department store del lusso non ne avevano mai abbastanza delle sue giacche da sera ricamate e dei suoi cappotti dalle spalle larghe.

Nel 1981 Montana lancia anche la sua linea da uomo, straordinarie campagne firmate dai grandi fotografi del momento, come Paolo Roversi e Arthur Elgort, veicolano la sua visione di uomo forte, moderno e sensuale.

Montana evolve la sua moda sempre al passo con i tempi in una visione totalmente originale; sebbene egli stesso citi il New Look di Dior come una fonte d’ispirazione seppe fare sua la lezione di Christian Dior spingendola verso una modernità e dinamicità estreme.

Il suo innato senso per il lusso lo porterà nel 1989 a essere candidato a succedere a Marc Bohan come nuovo direttore artistico della Dior. Le trattative però andarono in stallo e Montana finisce per accettare l’offerta di disegnare l’Alta Moda di Lanvin.

Dal 1990 Montana disegna così le collezioni Haute Couture del marchio più antico di Francia, ma non pare essere troppo ostacolato da un tale passato. Mentre la maggior parte delle case d’Alta Moda realizzano eleganti abiti da giorno e sontuosi abiti da ballo, Montana ,per il suo esordio nell’Haute Couture, disegna t-shirt interamente ricamate di cristalli, giacche di pelle oro, eteree camicette dagli svettanti colli in organza e trench in gazaar aperti e fermati da preziose cinture.

La stampa americana è sconvolta, il suo approccio è spiazzante e poco digerito dagli addetti del settore. Dove tutto era rigoroso e baroccamente definito, Montana osa guardare ancora  più in alto, verso le stelle. I suoi modelli sono per giovani donne che si vestono con i colori degli spazi siderali, eterei e impalpabili. I ricami sembrano frammenti di galassie che scivolano audacemente sui corpi delle esordienti Christy Turlington, Jasmeen Ghauri e Linda Evangelista, trasformandole in idoli inarrivabili di eleganza estrema.

Mai l’Haute Couture aveva toccato tali vette di purezza e rarefatta eleganza e nemmeno in seguito sarà più eguagliata una tale sottile opulenza e modernità. Se la prima collezione è uno shock, la seconda è un trionfo, la sua è la silhouette di stagione.

I premi e i riconoscimenti non tardano ad arrivare: riceve per ben due volte consecutive l’ambitissimo Ditale D’Oro, premio per la migliore collezione d’Alta Moda. Premi che si vanno ad aggiungere ai numerosi che Montana riceve nella sua carriera. Nel 1987 aveva ricevuto il Best European Designer a Munchener Modewoche, in Germania e nel 1989 il Balenciaga Prize for Best Designer per citarne alcuni.

Nonostante i consensi della critica, però, le audaci collezioni di Montana sono un disastro finanziario per la Maison Lanvin, un deficit di quasi cinquanta milioni di franchi che porteranno alla rottura del rapporto di collaborazione. Alla base dell’interruzione c’era anche il totale disinteresse di Montana a volersi occupare delle linee di Prèt-a-Porter del brand, vera linfa economica del business di Moda.

Disegnare la couture di Lanvin è per Claude Montana la realizzazione di un sogno ma professionalmente rappresenterà per lui una maledizione, portandolo a perdere totalmente il senso della moda e della sua accessibilità. La moda degli anni ’90 vede la nascita della decostruzione, del minimalismo, del grunge e dell’hip-hop. Montana è talmente immerso nella sua integrità creativa che rifiuta di adattarsi ai tempi. Si circonda solo del suo entourage e si chiude in se stesso, non esce nemmeno per portare a spasso il suo amatissimo cane Shar-Pei China.

Totalmente idolatrato, per il suo essere un designer visionario e geniale, perde l’obiettività delle cose e finisce per restare intrappolato nella sua fragilità e insicurezza. Claude Montana era da sempre avvezzo agli eccessi. Eccessi anche di droghe e alcool che minano ulteriormente il suo fragile equilibrio. Moderno des Essenintes indulgia in uno stile di vita decadente tra il castello francese del XVIII secolo e la sua casa di Capri, è il protagonista della scena Gay Sadomaso parigina. Vuole primeggiare in ogni situazione e ha bisogno del suo clan, dove tutti sono rigorosamente vestiti di pelle e di nero, che lo protegge e lo rassicura continuamente. Montana, per avere il totale controllo, decide di essere anche l’amministratore finanziario del suo brand, pur non avendone alcuna esperienza o attitudine.

Nel 1993, al culmine del suo successo, Claude Montana sposa la modella Wallis Franken, sua musa e complice negli eccessi. Wallis, ai più è nota per essere apparsa nel controverso e scandaloso video di MadonnaJustify My Love” diretto da Jean Baptiste Mondino, conosceva Montana da diciotto anni ed era ben consapevole del suo essere dichiaratamente  omosessuale e della sua spiccata propensione per i gay Club, piuttosto che per la vita coniugale.

Montana sposa Wallis per convenienza e amicizia, da un lato voleva darle una stabilità, Wallis aveva già due figlie da un precedente matrimonio all’epoca, e dall’altro dare a se stesso maggiore attendibilità agli occhi di probabili finanziatori. Entrambi erano legati l’un l’altro in un modo ambiguo e autodistruttivo, compagni di serate senza freni e di uno stile di vita decadente ed estremo. Storie poco chiare circolano su quanto lui fosse aggressivo verso di lei, tanto quanto era amorevole nei momenti di lucidità. Gli amici di Wallis più volte tentano di sottrarla all’influenza nefasta di Claude ma lei non può farne a meno, sebbene sia consapevole di quanto quel rapporto fosse per lei velenoso.

Nel 1996 Wallis si lancia nel vuoto dalla finestra della cucina del loro appartamento parigino, sarà la polizia ad avvertire Claude che nell’altro lato della casa nemmeno se ne era reso conto. Il mondo della moda parigino è sconvolto e punta il dito contro di lui, lo ritengono responsabile se non materialmente certamente moralmente della sua morte. Ai funerali nessuno gli rivolge la parola, da quel momento sarà totalmente messo da parte da tutti.

Claude Montana, il grande stilista il cui astro pareva dovesse durare per sempre, lentamente scompare. La sua Società è messa in amministrazione controllata nel 1997 e chiusa per bancarotta.

Montana, da allora, vive chiuso in appartamento elegante a pochi passi dal Louvre. I soffitti sono altissimi e le pareti ricoperte dai dipinti di Paul Jouve, maestro dell’Art Decò, le stanze sono arredate con uno stile eclettico di mobili sobri e preziosi, eppure le tende sono sempre chiuse e non entra mai la luce, qui Claude si sente protetto come in un grembo, lontano da quel mondo della moda che egli stesso definisce come “duro e spietato”. Claude Montana non ha più alcun rapporto con l’ambiente di un tempo, escluso il fotografo Tyen che aveva firmato alcune sue campagne.

In una recente intervista confessa di sentire nostalgia della sensazione di un tessuto tra le mani ma che semmai dovesse tornare sarebbe per un ruolo defilato e non certo per i bagni di folla cui la moda necessita oggi, più attenta ai personaggi che ai talenti.

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